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Lenin



La personalità di Lenin Si deve allo storico inglese Christopher Hill (1912-2003) una delle più convincenti trattazioni della Rivoluzione Russa del 1917: un fatto epocale che ha fatto palpitare milioni di cuori a favore di una catarsi storica che vedeva il capitalismo finire grazie alle giuste iniziative marxiste. Utopia a parte (il sogno di Lenin è durato una settantina d’anni), non è possibile negare il fascino filosofico e umanistico di un simile cambiamento, avvenuto realmente grazie all’intraprendenza di un pugno di uomini capitanati da Lenin (nato nel 1870 e morto nel 1924 a 53 anni per emorragia cerebrale). Hill, sine ira et studio, evidenzia nel volume della Einaudi, Lenin e la rivoluzione russa, trad. di Gina Fanoli, i tratti caratteriali di questo straordinario personaggio che infine fa risultare l’autentico protagonista del fenomeno. Rivela, il grande storico (fra i maggiori del ’900), il credo leninista che è quanto di più lontano vi sia dalla dittatura e dall’imperialismo. Lenin predicava democrazia, concepiva il marxismo come una palestra d’idee, anche molto contrastanti, nelle quali vi fosse una ricerca di armonia, non tanto ideale, quanto pratica: si fa quello che si può, diceva il leader bolscevico, mettendo logica e buonsenso in primo piano. Per questo detestava gli ideologi, sopportava a malapena “trombettieri” come Majakovskij e Gor’kij (che pure gli facevano comodo, remando a suo favore) e non condivideva la politica di Trockij, orientata verso la necessità di una sovrastruttura ideologica per conquistare il popolo (per quattro quinti formato da contadini). Tanto meno la socialdemocrazia russa, corrotta e parassita. Lui aveva a cuore i contadini, gli ultimi, da sempre sfruttati e umiliati. 7 D’altro canto la disgregazione dello stato zarista, senza paragoni il più arretrato d’Europa (ne parla splendidamente Gogol ne Le anime morte) non poteva essere indolore e non si poteva sradicare rapidamente. Gli apparati burocratici erano incerti se seguire la nuova onda, nel timore (ovvio) che non arrivasse a riva. Così Lenin, la cui rivoluzione era stata facilitata dalla Prima guerra mondiale (che i Russi, contro Tedeschi e Austriaci, stavano pagando a carissimo prezzo), si trovò davanti ai vari governi provvisori del dopo zar (Armata Bianca), gli eserciti degli ex-alleati (americani compresi) inviati per evitare l’avvento della catastrofe comunista e addirittura sollevazioni siberiane (la Siberia non aveva praticamente contadini) che l’imperizia dei comandanti locali rese, tuttavia, quasi subito non pericolose. Come abbia fatto l’Armata Rossa (creazione di Trockij) a vincere ovunque è tuttora un mistero. Forse una spiegazione (romantica) sta nelle stesse parole di Lenin rivolte ai contadini: Amici, compagni, è in gioco il nostro futuro e quello dell’umanità. Per essi, egli era un vero dio in terra, un dio buono, misericordioso, ma anche determinato. Lenin raccomandava la politica dei piccoli passi e voleva rispetto per tutti. Indicava l’acculturazione (era per i classici) quale mezzo infallibile di crescita. Fu spietato per necessità (i fatti di Kronstandt, 1921, ad esempio), ma mai un sanguinario alla Stalin. Morì troppo presto. (Una curiosità, lo pseudonimo Lenin di Vladimir Ul’janov, deriverebbe, quasi certamente, dal fiume Lena, che scorre nella direzione opposta a quella del Volga.)


Dario Lodi




 
 
 

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