RACCONTI TERRESTRI E LUNARI
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- 1 gen
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La visita
Il medico guardò la lastra del torace di Baldo e fece un mezzo sorriso di soddisfazione che subito gli si stampò sul viso in modo indelebile. Probabilmente aveva visto che tutto andava bene e non vedeva l’ora di comunicarlo a Baldo. Il quale sorrise a sua volta che si era fatto decisamente contagiare. Un contagio inevitabile, ovviamente. Ma questo secondo sorriso fu gelato da una comunicazione imperiosa e impietosa:
“Era come pensavo, esclamò il medico, hai una macchia nei polmone sinistro. Una bella macchia”.
(Detto fra noi, il medico guardava la lastra aiutandosi sulla quale s’era posato un moscerino per riposare, ma tutto a tutto ciò egli non dava peso, confidando solo nella sua grande capacità di analisi.)
Guarda tu le disgrazie della vita. Baldo, ottantenne, aveva lamentato un dolore alla schiena, stranamente itinerante. La moglie, allarmata, l’aveva spinto a fare esami su esami, da cui non era emerso nulla. Era sempre andata bene. Finché non l’avevano mandato da questo medico, di cui non si parlava un gran bene. Costui, dal fare poco rassicurante (dicevano che era figlio di un personaggio politico importante, che lì, in quel ruolo, ci stava bene e che non era il caso di promuoverlo, per non dare troppo nell’occhio) e sbrigativo, sottopose il povero ottantenne a una miriade si esami, finché, appunto, non fu soddisfatto.
Il medico indicò con l’indice il punto incriminato e a Baldo parve che avesse ragione. Non vedeva alcuna macchia, ma lui ci vedeva poco. Meno male che non parlò di questa sua deficienza (naturale) altrimenti chissà cosa sarebbe accaduto con quel puntiglioso ricercatore di malanni.
L’uomo si fece coraggio e disse:
“Pare anche a me, ma che si può fare?”.
Il medico quasi sobbalzò dalla sedia per contentezza. Ancora una volta avrebbe dimostrato al mondo intero come si combatte veramente il male. Qualcuno prima o poi si sarebbe accorto della sua bravura. Forse questa era l’occasione giusta.
Rimessosi a posto, il medico cavò dal cassetto della scrivania alcuni arnesi, fra cui un seghetto di quelli che si usano per il traforo (“Questo è per le ossa, non si sa mai”, precisò. E qui Baldo interpretò la precisazione come una notizia sui polmoni disossabili), due martelli, uno piccolo e uno grosso (da usare, precisò ancora, nell’anestesia: c’è chi si addormenta con un colpetto gentile e chi, invece, necessita di qualcosa di più robusto) e un coltello da macellaio (“É bene affilato. Era di mio zio. Squartava le bestie con colpi magistrali”).
“Prego, si stenda”. Ordinò il medico indicando un lettino dietro un paravento.
Baldo rimase ovviamente senza parole. Ma alla fine si fece forza e si avviò verso il supplizio.
“Mi devo spogliare?” Chiese.
“È implicito”. Rispose il medico, tenendo nella mano sinistra il martello grosso.
“Non perdiamo tempo, aggiunse. Ne ho almeno una dozzina da operare oggi”.
“Magari qualche caso è più urgente del mio”.
“Su, su, non faccia il bambino. Faremo presto”. Così disse il medico afferrando il coltello con una presa di ferro. Dava l’impressione di essere bravo a maneggiarlo. Una rassicurazione?
In quell’istante l’altoparlante fece il nome del medico, era richiesto in direzione (forse per un’operazione andata male).
Baldo, nonostante le gambe malandate, decise di fuggire. Con un balzo aprì la porta e si mise correre lungo il corridoio dell’ospedale verso l’uscita che, purtroppo, gli pareva lontanissima, irraggiungibile. Il medico, riavutosi dalla richiesta direzionale, alla quale non diede alcun peso (aveva ben altro da fare!) gli corse dietro agitando martello e coltello, con fare minaccioso, e dietro a lui due infermieri che la direzione gli aveva inviato. Una pantomima nei confronti della quale non si sapeva bene se ridere o se piangere.
Dario Lodi

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