Maestri dimenticati e nuove prospettive critiche
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Antonino Votto, il direttore d’orchestra, il didatta, a cura di Claudio Toscani e Gabriele Manca, Edizioni ETS, Bologna 2021, pp.142, euro 15,00

Inizio con un mio ricordo personale. Negli anni Ottanta Riccardo Muti diresse alla Scala un concerto con la Philadelfia Orchestra proponendo come bis la sinfonia della “Forza del destino”. Successo plateale!
Un anziano signore, dal fare solenne e arguto, entrò nel camerino di Muti esclamando con voce tonante: bravo Riccardo, ecco un Verdi come Dio comanda!
Quell’anziano signore era Antonino Votto, direttore d’orchestra di scuola toscaniniana, maestro delle ultime generazioni del podio. Fra i suoi allievi ricordiano Guido Cantelli e, oltre a Muti, Claudio Abbado e Maurizio Pollini.
Il libro della ETS raccoglie i testi di un convegno dedicato al maestro tenuto nel 2020 al Conservatorio di Milano. La bibliografia su Antonino Votto è attualmente rappresentata da un volume curato da Michele Selvini nel 1999 contenente molte informazioni sulla vita e l’arte del musicista.
I nuovi aspetti critici dell’arte di Votto riguardano lo studio della partitura e la creazione di un testo musicale adatto alla rappresentazione in palcoscenico.
Per la verifica di un atto interpretativo è necessario conoscere l’entità degli interventi fatti sul testo scritto. L’opera lirica vive l’eterno dilemma rappresentato dalla tradizione a fianco di una nuova fruizione.
Il mestiere del direttore d’orchestra inizia sempre con il confronto con la partitura e la sua funzionalità all’interno di un determinato organico vocale.
Lo studio di Giovanni Cestino è di grande aiuto in questo aspetto spesso ignorato e disatteso dalla critica.
L’attività di Votto ha comportato una visione “pratica” della musica in cui si rendono necessari adattamenti e tagli. Il concetto di “opera originale” non esiste. Esiste una concezione del dramma in cui lo stile è spesso livellato ad un gusto medio dettato dell’epoca.
La critica si è mossa con cautela nei riguardi del maestro piacentino considerandolo alla stregua di un artigiano onesto ma inconsapevole dei valori storici e musicali delle opere affrontate.
Si tratta di un punto di vista che deve essere modificato guardando con più attenzione all’interno del suo “modus operandi”. Il valore indiscusso del “prestatore d’opera” deve essere l’aspetto primario di ogni giudizio nei suoi confronti.
L’intervento di Matteo Quattrocchi propone un ragionato confronto sulla Traviata nei passaggi generazionali fra Toscanini, Votto e Muti. Con sorpresa possiamo constatare che la stessa definizione di eredità toscaniniana non deve essere presa alla lettera.
La vera strada indicata da un maestro non è mai l’imitazione ma lo studio continuo e l’inesausto spirito critico applicato ai materiali umani a disposizione e l’opera stessa che appartiene al momento e all’attimo in cui viene eseguita.
Il libro si conclude con una interessante illustrazione dell’organizzazione didattica della classe di direzione d’orchestra proposta da Votto all’interno dei programmi di Conservatorio di Milano.
Da questo punto di vista ci soccorre un testo propedeutico redatto dallo stesso Antonino Votto in cui mostra l’iter dei corsi da lui realizzati.
L’artigianato e l’onestà artistica di Antonino Votto sono un modello a cui riferirsi in un momento, quello odierno, in cui ormai non esiste più la possibilità di formarsi nel mondo musicale attraverso esempi vivi di esperienza pratica.

Marta Jane Feroli: Alberto Ginastera, l’essenza dell’Argentina, Zecchini editore, Varese 2024, pp.178, euro 31,00
Negli anni settanta il nome di Alberto Ginastera mi risultava totalmente sconosciuto, se non che Eduardo Mata, direttore messicano prematuramente scomparso, iniziò a proporre questo musicista nei suoi programmi discografici e concertistici.
La dettagliata monografia di Jane Feroli ci permette di meglio identificare l’arte di questo singolare compositore.
Ginastera non è un musicista di semplice identificazione folkloristica: lo studio e la pratica dei moduli costruttivi della musica criolla e dei nativi del sud Americia è un punto di partenza per inserirsi nell’alveo modernistico del Novecento.
Come Bartock e Strawinski, che dal modello etnofonico hanno tratto ispirazione per l’arricchimento della loro costruzione musicale, anche Ginastera ha fatto del linguaggio etnico lo spunto per l’evoluzione di una propria sintesi armonica e ritmica.
Jane Feroli propone un’analisi accurata delle opere di Ginastera mostrando come gli elementi tipici del contesto culturale locale vengano finalizzati ad un gusto espressivo improntato alle evoluzioni conseguenti alla Scuola di Darmstadt senza esserne parte integrante.
La visione musicale del compositore argentino, sul piano dello studio della ritmica, occupa un ruolo non marginale accanto al nome più celebre di Olivier Messiaen.
E’ interessante notare come Ginastera possa considerarsi più europeistico accanto al più noto Astor Piazzolla, stigmatizzato in un genere specifico e popolare quale il tango.
Paradossalmente Ginastera non ha mai scritto tanghi ma si è estesamente occupato di numerose danze dell’entroterra argentino, alla ricerca delle radici arcaiche dell’armonia e dell’interpunzione ritmica. La base etnologica di Ginastera è servita per astrarre il semplice concetto folkloristico in una forma di riflessione totale che coinvolgesse l’intera sintassi musicale.
Notevoli sono i rilievi e gli approfondimenti indicati dall’autrice del saggio, ad esempio la citazione weberniana introdotta da Ginastera in una propria opera cameristica.
Il tema di una cultura “eurocolta” è al centro della stimolante disamina di Jane Feroli.
Anche le note biografiche del musicista ci aiutano a comprendere la sua indole di esiliato per vocazione, accanto all’intenso rapporto di collaborazione intessuto con celebri solisti dell’epoca.
Una piccola pecca: manca una discografia per meglio orientarsi nella conoscenza di questo interessante e fondamentale compositore.
Per chi volesse ascoltare le composizioni di Ginastera consiglio le registrazioni di Eduardo Mata e alcune storiche interpretazioni di Erich Kleiber che è stato fra i primi interpreti di questo musicista.

Danilo Rossi: Viola d’amore, Baldini e Castoldi, Milano 2024, pp.150, euro 18,00
La storia della musica e della sua interpretazione passa attraverso i suoi servitori: i detentori di leggio che operano all’interno delle orchestre per preservare una data disciplina e la sua evoluzione.
Il Teatro alla Scala ha fatto dei suoi orchestrali una parte fondamentale e costitutiva della propria identità nel corso dei tempi.
Per quanto concerne la viola, la genealogia scaligera non può ignorare alcune figure particolarmente incisive: Tomaso Valdinoci, Armando Burattin sino al nome di Danilo Rossi.
I primi due formano una diretta continuità con la scuola strumentale di Toscanini, Danilo Rossi apre un capitolo nuovo in cui i generi affrontati vanno dal teatro d’opera agli spetti più arditi e progressivi dell’arte moderna.
Nel raccontare se stesso, Danilo Rossi mostra i tratti decisi e irruenti del suo piglio di strumentista.
Le origini emiliane hanno influito nel culto della musica che non conosce lati specifici se non il puro e assoluto godimento del suono.
La pratica e l’apprezzamento di un repertorio senza confini fanno del violista di Forlì un divulgatore ad ampio raggio capace di soggiogare pubblici di diversa levatura.
Raccontando la propria vita di strumentista Rossi propone dei ritratti sorprendenti di famosi direttori d’orchestra che, visti da vicino, mostrano delle pecche insospettabili.
La difficile gestione del potere genera mostri: difficoltà relazionali e scelte poco sentite hanno scavato la fossa a nomi celebri che, per il grande pubblico, sembrano intoccabili.
La flessibilità del proprio strumento, la viola, e il rigore con cui viene svolta la professione di musicista è una costante di vita di Danilo Rossi.
Masticare aspetti della musicalità che vanno dalla balera, al rock, includendo il grande repertorio lirico-sinfonico, fanno del violista scaligero un testimone verace della vitalità, spesso nascosta, del linguaggio musicale “tout court”.
Vivere la contemporaneità dei generi più diversi, opposti e disparati, permette di evidenziare l’aspetto ludico, di sublime divertimento che è connaturato al concetto stesso di musica.
La vita e l’arte di Danilo Rossi è stata spesa e continua ad essere vissuta in questa direzione.
Sergio Mora

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