RACCONTI TERRESTRI E LUNARI
- Logos by Acada-Arkys

- 7 gen
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LA RIVELAZIONE

Si guardò allo specchio e disse:
“Ecco Anselmo, il prode Anselmo”.
E l’ironia gli morì in gola.
Era il giovane Anselmo un ventenne sveglio e curioso, amante del mondo e dotato sia di empatia che di simpatia.
“Bene, disse a se stesso. L’empatia e la simpatia sono interessanti e magari indispensabili, ma un conto è sentire i problemi altrui e viverli, un conto è affrontare i propri”. E aggiunse:
“Non è molto difficile impietosirsi per il dolore di un amico, rubargli qualche lacrima, difficile è avere a che fare con il dolore direttamente mentre scava nella tua carne”.
La rivelazione fatta a se stesso, lo portò a una serie allarmante di considerazioni. L’allarme aveva scatenato una consapevolezza profonda, grazie alla quale, si fa per dire, il prode Anselmo scoprì il proprio essere, la propria identità. Non pensava più in modo convenzionale, non si staccava da se stesso immaginandosi un altro, dello stesso nome, sul quale riversava ogni genere di guai.
Ora i guai gli cadevano addosso come sassi e colpivano proprio lui, procurandogli ferite profonde.
“Chi si era permesso di dargli un’identità? Con quale fine?”.
Ma la domanda sul fine era un di più. Palpitava maggiormente la coscienza colta di sorpresa di fronte alla comprensione dell’uomo di avere un proprio essere senza averlo per nulla richiesto. Gli sembrava tutto assurdo. Un incubo.
Ma anche in tal caso, l’incubo non era un a cosa a sé, bensì gli apparteneva interamente e incombeva sulla sua persona con la massima intensità.
Ora diceva “io” quasi con la massima cognizione di causa.
“Io amo e soffro”. E soffriva davvero.
“Io godo la vita”. E godeva sul serio, con una certa sua meraviglia.
“Io provo dolore”. E il dolore agiva su di lui prima che dicesse “Ahi!”.
Possedere un’identità e soprattutto comprendere di possederla, era qualcosa di inebriante e di terrificante allo stesso tempo.
Nel primo caso, Anselmo sentiva in sé un’energia promettente, con la quale forse avrebbe ribaltato le sorti del mondo e le proprie.
Nel secondo, veniva preso da una fiacca che lo rendeva senza forze, in balia delle cose. Diventava riflessivo e temeva che la catarsi immaginata fosse una penosa velleità che lo faceva piccolo piccolo, poca cosa, un foglio di carta macchiato di parole a disposizione del vento. Al massimo, un minuscolo messaggio in una minuscola bottiglia. Tuttavia ben più incisiva era la consapevolezza di avere un’identità particolare, sua, però sua per modo di dire. Era lui quel prode Anselmo, solo lui, ed era solo in mezzo al mondo. Incredibile! E l’incredulità lo imprigionava con indifferenza.
Dario Lodi




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