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GIOVANNI SEGATINI


Giovanni Segantini nasce ad Arco nel 1858, nel Tirolo austriaco. Austriaco per nascita, milanese per formazione (frequenta l’Accademia di Brera) e svizzero nella sua maturità artistica: nella sua breve vita non si sentirà mai legato a una patria specifica. Le condizioni economiche della sua famiglia sono precarie. Il padre si trasferisce a Milano per cercare maggior fortuna. La madre muore nel 1865, quando lui ha solo sette anni. La perdita della madre segna la sua giovinezza, contribuendo alla formazione del suo carattere chiuso e schivo. Si trasferisce a Milano; conduce una vita non sempre tranquilla che lo porta a essere rinchiuso nel riformatorio Marchiondi. Impara un lavoro (calzolaio) e comincia a dipingere. Tra il 1878 e 1879 frequenta i corsi serali dell’Accademia di Brera. Negli anni immediatamente successivi comincia a ricevere riconoscimenti per il suo talento artistico. Lo aiuta anche la sua bellezza e prestanza fisica. Vive gli anni della Scapigliatura e viene contagiato dal Naturalismo lombardo (Bianchi – Cremona – Carcano). Stringe amicizie negli ambienti artistici cittadini; in primis con Emilio Longoni, senza mai far propria però la “pittura sociale” che caratterizza le opere del pittore di Barlassina. Manifesta interesse per il Verismo lombardo. Conosce Vittore Grubicy, pittore e mecenate di origini ungheresi, che lo finanzia e promuove le sue opere in Italia e all’estero. Segantini è considerato uno degli artisti più dotati della scuola milanese (diventano famosi i suoi dipinti dei navigli milanesi). Guadagna molto e spende molto. Cambia il nome (da Segatini a Segantini). Nel 1881 inizia a convivere con Beatrice Bugatti. Non si sposa. Anticlericale convinto. Quattro figli. La sua pittura sarà pervasa da tutte le istanze artistiche del suo tempo. Gli inizi lo vedono protagonista di un naturalismo intenso, con la rappresentazione della vita povera della campagna. Immediatamente successiva è la sensibilità al Realismo, interpretato come reazione all’arte

ufficiale. “Alla stanga” (1886) segna la fine del suo periodo realista.

La sua evoluzione artistica lo porta poi a essere uno dei maggiori interpreti del

Divisionismo. “Ave Maria a trasbordo” (1886-88), seconda versione, coincide, per alcuni, con l’inizio del suo periodo divisionista. La sua tecnica si differenzia dal Pointillismo francese per le sue pennellate più lunghe. In questo dipinto emerge una sensibilità affine a quella di Jean-Francoise Millet (1859) ne “L’angelus”, il primo a rappresentare la realtà contadina. Per altri, il vero “manifesto” del Divisionismo è da considerare il dipinto


Le due madri (1889 – GAM Milano), esposto alla prima Triennale di Brera, insieme a Maternità di Previati, che ottiene poi la medaglia d’oro dello Stato all’Esposizione di Vienna. Il castigo delle lussuriose (1896-97) e Le cattive madri (1897) si caratterizzano per la forte componente simbolista. Segantini però non concepisce il Simbolismo in antitesi al Naturalismo. Considera la natura come una “foresta di simboli”. La fusione di questi due elementi arricchisce il suo linguaggio pittorico. Il Trittico delle Alpi (La Natura, La Vita, La Morte) (1897-99), anche nella sua incompletezza, rappresenta un vero e proprio trattato su

natura e spiritualità. Segantini, trasferitosi a Savognin e poi Maloggia, in Engadina, cerca di luoghi di meditazione tranquilli. La montagna è sempre più protagonista della sua pittura. Viene rappresentata in modo mistico, sospesa tra realtà e sogno, dipingendo luoghi che spesso non esistono.

Dreimal heimatlos, tre volte senza “patria”. Prendendo a prestito questa definizione che Gustav Mahler dava di se stesso, potremmo descrivere anche l’esistenza di Segantini. In questo caso però quest’assenza di “attaccamento” a un’unica patria si trasformò nella capacità di cogliere da tutti i fermenti artistici dell’epoca l’essenza, facendola propria, con risultati memorabili. Visione simbolista, tecnica divisionista, cuore naturalista: questa potrebbe essere una sintesi – imperfetta – della breve vita di questo artista (muore nel settembre 1899), ricordato nella sua grandezza anche da Gabriele D’Annunzio nella con la poesia celebrativa Per la morte di Giovanni Segantini.


Franco Vergnaghi



 
 
 

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